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Il deja vu albanese

L’Albania sta attraversando “di nuovo” una ondata di rivolte sociali, con il pericolo del collasso dello stato e un flusso di emigrazione, sopratutto verso l’Italia. Questa peridodicità di eventi traumatici non puo essere imputata semplicemente alla dura lotta dei partiti e leader albanesi, come erroneamente viene riportato dalla stampa italiana. Questa destabilizzazione ha cause stutturali e sistemiche, cosa che cerco di approfondire sul mio articolo. 

Le ennesime scene di guerriglia urbana che provengono dall’Albania di questi giorni, possono creare qualche perplessità a un telespettatore italiano, abituato gli ultimi anni di immagini positivi di crescita economica come una nuova America per gli investitori italiani.

Ma qual è la vera realtà di questo paese cosi vicino all’Italia che stenta a stabilizzarsi?

Questa domanda merita una approfondita risposta, non soltanto per amor di cronaca ma anche per gli interessi dell’Italia. Quelli di ordine economico, che vedono l’Italia come il partner più importante per l’Albania e quelli di sicurezza, presentati da flusso d’immigrati o traffici illeciti nel caso di un eventuale disordine sociale. Sfortunatamente la media italiana non ha approfondito sufficientemente la questione albanese, limitandosi alle dispute superficiali e  non alle vere cause. Devo dire che in questa direzione è andata anche l’ultima puntata di Porta a Porta, dedicata alla situazione in Albania. Una cosa è portare selettivamente i fatti, un’altra cosa metterli insieme e analizzarli.

Il ripetersi dei forti scontri della classe politica albanese, avviene al di fuori delle “regole del gioco” perché in verità, non soltanto la politica ma tutta la società albanese è eretta su rapporti di forza e non quelli di diritto, su privilegi di pochi e non sull’interesse generale. (P.es. in tutte le elezioni, nessun partito nega che ha comprato dei voti ma quale dei loro ha esagerato)

Un tale sistema basato sulla forza, per definizione è instabile e non può reggere a lungo. Ecco perché la lotta superficiale di questa classe politica non è altro che la proiezione del fallimento di un intero sistema politico-economico.

Dopo trent’anni di transizione ora possiamo affermare con certezza che questa classe politica ha mancato entrambi gli obbiettivi: l’instaurazione della democrazia e lo sviluppo di un’economia di mercato. Nonostante i fiumi di denaro versati per una propaganda di immagine, il fatto è che gli albanesi non hanno smesso di lasciare il paese, trasformando l’Albania dal paese più giovane dell’Europa in uno dei più vecchi. La specificità dell’ultima ondata di immigrazione sta nel fatto che ora non emigrano solo i disoccupati ma anche intellettuali o imprenditori, quel ceto che sperava di aver stabilizzato la loro vita nel loro paese.

Ormai si diventa chiaro per tutti che non può esistere un futuro migliore dentro un sistema che peggiora strutturalmente ogni giorno. Prima di tutto, il sistema economico, incentrato non sulla produzione ma sull’importazione e speculazione. Basta vedere le maggiori imprese del paese, rappresentate da gruppi di importazione e distribuzione, banche e assicurazioni.

La terapia shock indotta dal FMI, la privatizzazione deindustrializzazione e il mancato piano Marshall promesso, fecero arretrare l’Albania un secolo fa con una agrocultura primitiva e non più intensiva. Le riforme sbagliate non solo non permettevano l’acquisizione di nuove capacita di produzione ma provocarono la perdita anche di quelle vecchie, interi impianti industriali svenduti e specialisti emigranti (sopratutto in Canada che ha una politica di immigrazione selettiva). Il crollo del sistema produttivo e il passaggio in una specie di colonia di importazione, non soltanto ha prodotto povertà diffusa ma ha stravolto anche la struttura della società.

Diversamente da un paese dove la ricchezza si crea con la produzione/lavoro, in una economia di importazione/speculazione controllata da grandi gruppi, quella poca ricchezza strutturalmente si concentra in una ristrettissima cerchia di oligarchia economico-politico.

Ma la concentrazione del potere economico non può avvenire senza la controparte politica. Ed infatti, tutte le riforme costituzionali (bipartisan) questi decenni sono andate tutte nella direzione dell’accentramento del potere. Basta pensare le liste bloccate che ricordano più la nomina dei deputati come nella vecchia dittatura da parte del leader, che l’elezione da parte del popolo. Come risultato, il parlamento è riempito non solo di ignoranti che non sanno neanche leggere le dichiarazioni altrui, ma spesso da criminali vicino al leader.

Se il parlamentarismo e la democrazia rappresentativa sta morendo, quella diretta non è mai nata. L’Albania è l’unico paese dell’Europa in cui non solo non si fanno i referendum e iniziative popolari, ma non esiste neanche formalmente una legge a proposito. In sostanza, il popolo non dispone di nessun strumento legale per decidere veramente oppure controllare le sorti del paese. Il vero potere era ed è ancora dentro una ristretta cerchia,  prima nella veste della nomenclatura comunista ora in quella della oligarchia capitalista, prima un dominio attraverso meccanismi di natura pubblica ora di natura privata. Ma il popolo era ed è ancora spossessato dal suo potere sovrano. Colui solo subisce e mai decide. Ecco perché la dicotomia pd-ps è falsa, in quanto entrambe creatrici e portatrici di questo sistema fallimentare per il popolo albanese.

Un sistema caratterizzato per 30 anni di un forte deficit commerciale in tutti i campi, anche in quello agroalimentare. Un deficit che finora è stato coperto da 4 grandi sorgenti:
1) i contributi degli emigrati albanesi (54% della popolazione, secondo al mondo)

2) privatizzazione e svendita dei beni pubblici e del patrimonio nazionale (il petrolio, miniere, banche, porti, aeroporti e tutti i settori strategici sono in mano alle lobby straniere)

3) crescita di debito estero (generosamente da parte del FMI) a condizione di politiche di austerità interna. L’ultima rata di 500milioni del debito è servito appunto per pagare il debito precedente oppure “strutturarlo”, in politically correct.

4) Il flusso ingente di valuta estera proveniente dai canali di traffici illeciti, di droga, prostituzione e armi. Per comprendere l’importanza di questo canale, basta pensare che tutti i ministri degli interni in questi 30 anni, sono stati accusati di legami diretti con la mafia e la criminalità albanese.

Ora, tutti quattro questi canali si stanno lentamente prosciugando, creando forti tensioni all’ interno della società ma sopratutto all’interno dell’oligarchia con sempre meno bottino da spartire (non si ha più nulla da privatizzare, gli immigrati mandano sempre meno denaro in Albania investendo nei paesi di residenza, FMI non permette altro debito perché insolvibile, lotta sempre

più efficace della polizia italiana e interpol contro la mafia albanese). Di fronte a questa situazione oggettiva, poco può servire l’appoggio estero alla oligarchia albanese, come avvenuto questi decenni, perché questa continuasse con le politiche neoliberista di privatizzazione e di stabilizzazione della regione. Nessuno di questi obiettivi non è più possibile per il continuo accrescimento dei conflitti sociali e la loro trasformazione in conflitti tra nazioni.

 Ecco perché la salvezza non dipende dalla lotta interna della oligarchia, ma al contrario dalla democratizzazione profonda del sistema, rendendo partecipi i cittadini nei processi di controllo e politiche pubbliche del paese. Soltanto un paese controllato dal popolo può giovare al popolo.

È questo in fondo i grande tesoro della democrazia e dello stato di diritto che i paesi europei hanno acquisito molto tempo fa. Percorso che devono imboccare anche gli albanesi se vogliono ancora avere un futuro nelle loro terre. Ecco dove serve allora un vero aiuto dell’Italia e altri amici dell’Albania. Non più alla oligarchia albanese ma al popolo albanese e alla sua lotta per la democratizzazione e risovranizzazione del paese.

Ledian Droboniku

Dottore di Ricerca in diritto costituzionale

La Sapienza di Roma

Demokraci Pjesemarrese

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